A rinunciare completamente ai dolci molti di loro non sono più costretti: il sacrificio si aggira  imparando a conteggiare rigorosamente ogni carboidrato, grasso o caloria. Molti altri, superati i primi imbarazzi, hanno sostituito la siringa con un microinfusore che rilascia la giusta quantità di insulina in ogni momento della giornata. Ma per i diabetici di tipo 1, che dipendono dall’insulina per tenere a bada la glicemia, quello di non vedere mai più un ago è rimasto un sogno da lasciare nel cassetto. Ora, i risultati ottenuti da un pool di scienziati giapponesi sui topi aprono lo spiraglio alla speranza: di superare le iniezioni passando a una pastiglia da mandare giù. Una pillola a base di aglio.

La ricerca, condotta da un team della Suzuka University of Medical Science guidato dallo scienziato Hiromu Sakurai, è stata diffusa on line il 18 novembre 2008. L’ha pubblicata Metallomics, la nuova rivista della Royal Society of Chemistry il cui primo numero cartaceo uscirà nel 2009. I ricercatori hanno somministrato per via orale a topi diabetici un farmaco a base di vanadio e allaxin, un principio attivo ricavato dall’aglio, e hanno riscontrato che la terapia provocava un’efficace riduzione dei livelli di glucosio nel sangue degli animali affetti da diabete mellito (DM) di tipo 1.

Gli stessi scienziati, in studi precedenti, avevano già dimostrato l’efficacia del composto di vanadio e allaxin. Le iniezioni avevano funzionato per entrambi i tipi di diabete; sui topi DM2 aveva fatto effetto anche la somministrazione per via orale. L’ultima ricerca completa il quadro: anche nei topi DM1 le pastiglie “all’aglio” hanno attivato non solo la sequenza di segnalatori dell’insulina (che regola il metabolismo degli zuccheri), ma anche un enzima che aiuta le cellule ad assorbire il glucosio.

Si tratta di un risultato importante, che «contribuisce in modo significativo alla nostra comprensione del modo in cui i composti di vanadio possono influenzare il metabolismo sia dei carboidrati che dei lipidi», sottolinea John McNeill, professore emerito del dipartimento di farmacologia e tossicologia della British Columbia. Ora il pool di Hiromu Sakurai si prepara a testare il farmaco sugli esseri umani.

Se il medicinale fosse efficace sull’uomo, per gli ammalati di diabete di tipo 1 si aprirebbero prospettive inedite: la fine della schiavitù da iniezioni di insulina. Le siringhe o il microinfusore che si porta addosso 24 ore su 24 potrebbero essere abbandonati per una pillola da mandar giù con un sorso d’acqua.

Anche per i diabetici di tipo 2, la grande maggioranza che non dipende dall’insulina ma da farmaci con pesanti effetti collaterali, si prospetterebbe un miglioramento della qualità della vita.

Una speranza per milioni di persone nel mondo, sempre di più: l’Organizzazione mondiale della sanità ha denunciato che, negli ultimi vent’anni, il numero di malati di diabete mellito nel mondo è aumentato in modo preoccupante, e stima un ulteriore incremento nei prossimi vent’anni, soprattutto negli Usa, in Medioriente e nel Sud-est asiatico.

Giulia Bonezzi

[da IFG online – venerdì 28 novembre 2008]