[da A. S. Roversi: Diagnostica e terapia]

Introduzione

L’eubiotica (vita sana e normale in sintonia con la natura) persegue la salvaguardia della salute attraverso un complesso di norme e regole di vita che assicurano il mantenimento dell’equilibrio orneostatico dell’organismo.

Tra queste norme quelle che riguardano il modo di alimentarsi (e bisognerebbe considerare anche il modo di respirare) hanno una importanza particolare non solo per la salute in senso stretto, ma anche per le ripercussioni su tutto il comportamento psico-fisico dell’uomo.

Nonostante la moderna scienza medica abbia da tempo stabilito validi principi generali per una corretta igiene di vita, si è andato gradualmente instaurando nella pratica comune un modo di vivere e di alimentarsi sempre più innaturale, le cui conseguenze sono state forse sottovalutate, ritenendo che la capacita di adattamento dell’organismo umano avrebbe evitato ripercussioni negative sulla salute.

Purtroppo però questa speranza si è rivelata in parte vana. E’ stato infatti dimostrato in questi ultimi anni che numerose malattie che i caratterizzano la nostra civiltà (quali malattie tromboemboliche, infarto miocardico, vene varicose, emorroidi, carie dentaria, stitichezza, appendicite, colite ulcerosa, diverticolosi, polipi intestinali e cancro del colon) sono correlate col carattere innaturale dell’alimentazione moderna. La controprova è stata data dalle ricerche epidemiologiche, in particolare quelle dell’inglese Denis P. Burkitt, che misero in evidenza un aumento significativo di queste malattie in popoli asiatici ed africani, in seguito all’adozione di diete di tipo occidentale. L’attuale alimentazione, con tutto il suo sovraccarico di additivi chimici, sarebbe però responsabile anche di turbe della psiche, particolarmente nei ragazzi, sotto forma di disordini del comportamento (irrequietezza, aggressività, stato di tensione ansiosa, difficoltà di apprendimento). E che non si tratti di un rapporto ipotetico e dimostrato dal fatto che, attuando una alimentazione naturale, si può ottenere la scomparsa di questa sintomatologia.

E’ evidente che non si può fare a meno di chiedersi come si sia potuto giungere ad una situazione del genere, nonostante la guida e il controllo della scienza tecnologica dell’alimentazione.

Studiando retrospettivamente questo problema, si può rilevare che nel processo di evoluzione e trasformazione dell’antica arte di vivere e di alimentarsi, fino a diventare una vera e propria scienza, fondata su solide regole igieniche, vennero giustamente eliminate alcune norme empiriche ed errate, ma nello stesso tempo vennero emarginati anche alcuni principi che erano stati custoditi dalla tradizione, come autentiche verità. E quindi oggetto dell’eubiotica l’incontro tra scienza ed arte del vivere, attraverso il recupero di quei principi generali, frutto della saggezza antica, dei quali può essere dimostrata, oltre che una correlazione con le leggi naturali, anche una validità pratica, non disgiunta da un fondamento scientifico.

I difetti della moderna alimentazione e loro correzione con l’alimentazione eubiotica

Fermi restando tutti i concetti fondamentali della dietologia classica, da considerarsi come acquisiti e assolutamente corretti, e cioè che i cibi siano variati e che l’alimentazione della giornata sia equilibrata e copra il fabbisogno in protidi, glucidi, lipidi, vitamine, sali minerali e oligoelementi e fornisca le necessarie calorie, sembra però opportuno far notare che la moderna alimentazione del mondo occidentale ha la tendenza ad incorrere nei seguenti aspetti riegativi:

  • Consumo eccessivo di: a) alimenti raffinati (frumento, riso, zucchero, olio, sale) con conseguente depauperamento di vari fattori vitali, contenuti ad esempio nel germe dei cereali o nel sale di mare; b) alimenti sintetici e artificiali, essenzialmente devitalizzati e alimenti sterilizzati mediante agenti chimici o fisici, per lo più in relazione a processi di conservazione che solitamente prevedono anche l’impiego di un gran numero di additivi chimici (coloranti, insaporenti, antiossidanti, antifermentativi, conservanti, ecc.).
  • Associazioni incongrue nello stesso pasto di amidi, proteine animali, innanzitutto la carne, e cibi zuccherini, quali frutta e dolciumi, responsabili di reciproche interferenze digestive, da cui può derivare l’innesco di fatti fermentativi e putrefattivi, sia primitivi che ad opera della flora batterica.
  • Consumo eccessivo di prodotti animali, in particolare la carne e i grassi, e di zucchero, per lo più raffinato.

La dietologia eubiotica, che viene qui sinteticamente prospettata, risolve queste carenze ed eccessi, essendo fondata su questi tre principi fondamentali: a) basare l’alimentazione su cibi che hanno conservato la loro integrità e quindi l’equi1ibrio naturale tra le varie componenti; b) evitare, nello stesso pasto, quelle associazioni di cibi che impegnano in modo contrastante le funzioni digestive ed assimilative; c) evitare determinati eccessi di cibi, innanzitutto quando ciò avviene a scapito di quelli che dovrebbero essere considerati come alimenti di base.

Valore del cibo integrale

Il cibo integrale è caratterizzato dalla conservazione di tutte le sue componenti, e in particolare le cosiddette sostanze vitali, le “vitalie” (vitamine naturali, oligoelementi, acidi grassi essenziali insaturi precursori delle prostaglandine, biostimoline, fattori di crescita, ecc.), che rappresentano i “fattori probiotici” naturali, essenziali per il mantenimento dell’equilibrio omeostatico, cioè della salute.

I cibi integrali, oltre a non aver subito processi di raffinazione, sterilizzazione e integrazione con additivi chimici per lo più correlati a determinate tecniche di conservazione, dovrebbero provenire da culture quanto più possibile biodinamiche, cioè caratterizzate dall’impiego prevalente di concimi organici e minerali naturali, escludendo l’uso indiscriminato di concimi chimici solubili, diserbanti ed anticrittogamici tossici.

Ciò mette al sicuro non solo dalla presenza negli alimenti di residui tossici, ma anche da carenze costitutive e da squilibri fra le varie componenti. Analogamente i prodotti animali dovrebbero provenire da allevamenti che escludano tecniche di crescita forzata, che si può ottenere, ad esempio, con l’uso di ormoni o con un’alimentazione impropria.

Una alimentazione integrale ha inoltre il vantaggio di normalizzare il transito intestinale, che attualmente e per lo più rallentato a causa della scarsità di fibra vegetale, sottratta in particolare ai cereali con la raffinazione gli inconvenienti di un rallentato transito sono innanzitutto quelli di favorire l’insorgere di fatti fermentativi e putrefattivi e forse anche la trasformazione dei sali biliari in composti tossici, addirittura cancerogeni, quali l’acido desossicolico.

Infine un altro fattore che caratterizza i cibi integrali non sottoposti a sterilizzazione è rappresentato dalla presenza della carica enzimatica e della flora batterica simbiotica il cui sinergismo con i fermenti digestivi e la flora batterica intestinale e simbiotica dell’organismo è fondamentale non solo per un normale processo digestivo, ma anche per il mantenimento dell’omeostasi.

A questo proposito va ricordato il concetto che i rapporti tra il nostro organismo e la flora batterica non vanno intesi soltanto in senso saprofitico di superficie extracellulare in un quadro di reciproco vantaggio (esempio la sintesi di Vitamina B12 e K); unito a una reciproca autonomia, ma anche nel senso di una vera e propria simbiosi a livello cellulare. Secondo questa concezione ogni danno di uno dei due componenti della simbiosi si traduce in un danno per l’altro componente.

Conseguentemente le cosiddette malattie della civilizzazione non insorgerebbero soltanto per un danno diretto al nostro organismo, ma innanzitutto attraverso un danno mediato dalla flora batterica saprofitica e simbiotica (il microbionte), cui segue un disequilibrio della simbiosi, e quindi un danno alla salute dell’organismo (il microbionte).

Pur sottolineando l’importanza di alimentarsi con cibi integrali, non si intende certamente mettere al bando gli altri cibi semintegrali, raffinati e conservati. Ciò che conta e che, in ogni pasto, vi sia sempre una quantità possibilmente prevalente di cibo che non sia stato privato dei suoi fattori vitali, e che non sia stato artefatto con l’aggiunta di additivi. Non si tratta quindi di eliminare in assoluto le confetture o i piselli e i pomodori in scatola; ciò che conta e che i cibi in scatola o raffinati o sterilizzati siano di uso occasionale e non sistematico.

Particolare importanza potrebbe quindi acquistare un’alimentazione eubiotica di fronte al dilagare, nelle mense collettive aziendali o di comunità, di cibi precucinati e surgelati che, oltre ad essere a base di prodotti industriali raffinati, possono subire, a causa del processo di preparazione, non solo una particolare perdita in fattori vitali e una diminuzione dell’aroma, ma possono presentare anche la comparsa, certamente negativa, di perossidi e un aumento di acidità. Poiché questo pasto è per lo più quello del pranzo di mezzogiorno, sarebbe opportuno che venisse privilegiato l’uso dei cibi integrali naturali alla colazione del mattino e alla cena serale e nei giorni di riposo dal lavoro. In tal modo potrebbero essere in gran parte compensate le carenze e le incongrue associazioni che caratterizzano i pasti a preparazione industriale (che tuttavia potrebbero anche essere qualitativamente migliorati), rispetto a quelli a preparazione casalinga.

Dovrebbe però essere ben chiaro che, in determinate circostanze e fasi della vita, come gravidanza, allattamento, infanzia, stato di malattia, convalescenza, senescenza o in occasione di un particolare impegno scolastico o sportivo, non sarà mai eccessiva l’azione vitalizzante ed eutrofica di una alimentazione i cui cibi abbiano conservata l’integrità dei loro fattori vitali.

Incongrue associazioni di cibi

La digestione è ottimale quando i cibi che compongono il pasto non richiedono processi digestivi opposti o contrastanti, cosa che l’apparato digerente è certamente in grado di compiere, ma con impegno ovviamente maggiore. In pratica, per ottenere una digestione ottimale, bisognerebbe evitare:

a) l’associazione di cibi proteici con quelli amidacei (in particolare la carne con la pasta, tanto più se bianca). Le ragioni fisiologiche di questa inopportunità sono molteplici e non solo perché la digestione degli amidi ha inizio in bocca ad opera della ptialina salivare, mentre le proteine iniziano la loro digestione nello stomaco ad opera della pepsina cloridrica, ma anche perché la composizione della saliva e del succo gastrico varia a seconda del tipo di cibo che viene ingerito e delle varie associazioni. In particolare quando si mangiano gli amidi, alla ricchezza di ptialina nella saliva versata in abbondante quantità anche dopo la masticazione e deglutizione si associa una scarsa quantità di acido cloridrico nel succo gastrico versato nelle prime due ore, cosi da permettere alla ptialina di continuare la sua azione digestiva. Nelle ore successive viene invece secrete un succo fortemente acido, con il quale si inizia la digestione della componente proteica della pasta, del pane integrale e dei legumi. All’opposto, quando si mangia la carne, il succo gastrico è fortemente acido fin da principio. L’inconveniente di mangiare la carne dopo la pastasciutta (o addirittura insieme) sta quindi nel fatto che, al momento in cui si ingerisce la carne, si ha una secrezione precoce di succo gastrico fortemente acido che provoca l’inattivazione della ptialina e quindi l’arresto della digestione degli amidi. Inoltre gli amidi parzialmente digeriti assorbono la pepsina che dovrebbe servire per digerire la carne;

b) l’associazione di alimenti proteici diversi, particolarmente la carne e il latte, ma anche latte e uova, uova e formaggio. Ciò è inopportuno perché questi cibi hanno esigenze digestive differenti, stimolando la secrezione di succo gastrico fortemente acido in tempi diversi e cioè precoce per la carne, tardiva per il latte. Inoltre l’aspetto negativo dell’associazione del latte con la carne sta nel fatto che il latte, giunto nello stomaco, coagula ad opera del caglio in fiocchi e grumi che hanno tendenza ad avvolgere le particelle di carne, isolandole dal succo gastrico; la carne allora viene necessariamente digerita solo dopo la digestione del latte cagliato;

c) l’associazione di frutta, zucchero e dolciumi, sia con gli amidi che con le proteine. Questo perché la frutta, non dovendo praticam. subire alcuna digestione nella bocca e nello stomaco, passa più rapidamente nell’intestino che gli altri cibi, se viene consumata a stomaco vuoto, mentre se entra a far parte di un pasto complesso deve seguirne necessariamente il destino. Finisce quindi con restare troppo a lungo nello stomaco e poi nell’intestino, ove può subire una fermentazione ed una decomposizione batterica che può anche servire da innesco per indurre fermentazione degli amidi. Inoltre quando si mangiano dolciumi, o pane con marmellata o miele, il dolce prevalente degli zuccheri fa secernere saliva con poca ptialina, cosicché la digestione degli amidi è pregiudicata. Analogamente è inopportuna l’associazione con i cibi proteici, perché lo zucchero, il miele e la frutta hanno un effetto inibitore sulla secrezione del succo gastrico e la frutta acida ha anche una azione inattivante la pepsina;

d) l’associazione di cibi e bevande acide, sia con proteine che amidi. Ci si riferisce a: aceto, limone, bevande zuccherate e acidule, succhi di frutta e frutta acida, spesso consumati durante il pasto. L’associazione è inopportuna perché la loro acidità ostacola sia la digestione degli amidi, inattivando la ptialina, sia la digestione delle proteine, inibendo la secrezione di acido cloridrico, necessario per attivare il pepsinogeno in pepsina;

e) l’associazione di grassi, tanto più se animali e cotti, con gli alimenti proteici. Questo perché i grassi inibiscono la secrezione gastrica. Quindi non è bene associare la panna, il burro e le verdure fritte alla carne, perché viene rallentata la digestione. Meno gravosa invece e l’associazione dei grassi con i cereali (riso e pasta al burro; pane e burro).

Da tutte queste incongrue associazione può derivare una digestione difficoltosa e incompleta dei cibi a livello gastrico, con conseguente eccessivo impegno per l’intestino, che deve supplire alle varie carenze, portando a termine la digestione. Se ciò non sarà possibile, ne derivera inevitabilmente, oltre ad una incompleta utilizzazione dei cibi, anche l’innesco di fatti putrefattivi e fermentativi, in parte primitivi e in parte provocati dai batteri. Questi ultimi possono operare una vera e propria degradazione dei cibi mal digeriti, con produz. di sostanze per lo più tossiche (indolo, fenolo, ammoniaca, acido acetico ed acido lattico), il cui assorbimento provocherà una diminuzione dell’energia vitale, con conseguente indebolimento dei poteri di difesa dell’organismo. Inoltre questa abnorme digestione, e in particolare le fermentazione, determineranno un aumento della temperatura entro l’intestino, unitamente ad un aumento della congestione vascolare, che già caratterizza il momento digestivo. Tutto ciò rappresema una situazione sfavorevole per il trofismo della normale flora batterica e, all’opposto, un ambiente favorevole per lo sviluppo della flora batterica patogena.

L’attivazione della flora patogena e subpatogena può portare all’insorgenza non solo di una patologia a livello dell’apparato digerente, ma può favorire anche l’impiumo di una patologia a distanza, sotto forma di fatti flogistici, quali ad esempio faringite, tonsillite, bronchite, otite, cistite, ecc. In molti casi la correlazione tra fatti fermentativi dell’apparato digerente e questa patologia a distanza può essere dimostrata, ottenendo un miglioramento della sintomatologia attraverso una rettifica dell’alimentazione, tendente fra l’altro a neutralizzare lo stato umorale acido (la cosiddetta “dieta rinfrescante” del passato).

Il pasto monopiatto

Il modo più semplice per evitare gli inconvenienti delle associazioni inopportune, prima considerate, è far si che ogni pasto sia costituito da un unico piatto di base e cioè o il cosiddetto primo (pasta, riso, minestra), o il secondo (carne, pesce, uova, formaggio) con contorni di verdura cotta e cruda, secondo gradimento. Volendo rendere più sostanzioso e saziante il pasto, si possono introdurre i legumi tra i contorni. Naturalmente i legumi (soia, lenticchie, fagioli, piselli, ceci, fave), dato il loro contenuto in proteine, possono anche essere utilmente consumati come piatto di base, in sostituzione di quello costituito da proteine animali, fermo restando il contorno di verdure cotte e crude. Come integrativo particolarmente del pasto a base di amidi, possono essere associate le olive o le noci. Andrebbero eliminati la frutta e i dolciumi a fine pasto.

Il pane integrale e a lievitazione naturale può essere consumato durante ogni pasto come integrativo. Quando invece venisse consumato in grande quantità, potrebbe anche costituire quasi un pasto a se, limitando il più possibile l’associazione di altri cibi. L’acqua andrebbe bevuta in piccola quantità durante il pasto, possibilmente non ghiacciata. Il vino e la birra non andrebbero consumati in forma sistematica ad ogni pasto, tanto più se vi é tendenza all’insorgere di fatti fermentativi, ma preferibilmente durante il pasto a base di proteine animali e in particolare la carne e il pesce. Le bevande acide e i succhi di frutta sono da evitare durante il pasto.

Alla colazione del mattino e a merenda possono essere utilmente consumati quei cibi la cui associazione é stata sconsigliata col piatto di base dei pasti principali, particolarmente la frutta, con l’avvertenza di non associare la frutta acida con quella dolce (agrumi, banane, uva). Può essere infine consumato il latte, possibilmente non zuccherato e mai bollito se già pastorizzato, eventualmente associato alla frutta acida; oppure lo yogurt con la frutta. Sarebbe anche consigliabile il pane integrale con la minor quantità possibile di cibi aggiunti.

Il consumare la frutta al mattino ha il vantaggio di favorire lo svuotamento dello stomaco dagli eventuali residui del pasto della sera precedente, dal momento che la frutta è caratterizzata da un transito più rapido rispetto agli altri cibi. E’ in ogni modo opportuno sottolineare l’errore di riempire lo stomaco con cibi che richiedono una digestione laboriosa (caffelatte, uova, tartine con burro e marmellata) da parte di chi si svegliasse al mattino con la “bocca cattiva” o con lo stomaco ancora gonfio. Bisognerebbe cioè riuscire a non essere abitudinari, nel senso di saper usare la colazione per integrare ed equilibrare quello che viene mangiato nei due pasti principali innanzitutto quelli del giorno precedente. Ciascuno cioè dovrebbe essere in grado di valutare, al momento del risveglio, le proprie esigenze e la disponibilità del proprio apparato digerente a ricevere nuovo cibo e quale cibo.

La merenda, propria dei ragazzi, andrebbe fatta solo se compare un vero senso di fame, e se non si pregiudica l’appetito per il pasto serale, salvo che per quest’ultimo non si voglia ridurre intenzionalmente la quantità di cibo, così da utilizzare meglio il riposo notturno per reintegrare le energie consumate durante la giornata, invece che impegnarlo nel digerire un pasto troppo pesante.

In sostanza il pasto monopiatto non rappresenta altro che il modo di alimentarsi della gente semplice, cioè i contadini e gli operai di un tempo, che mettevano in tavola un solo cibo di base mangiandone magari tre piatti se avevano fame.

Potrebbero tuttavia essere tollerati senza particolare danno, purché non consumati troppo frequentemente, quei piatti tipici, che,per lo più sono costituiti dalle associazione di cibi a relativa competizione come ad esempio ravioli o tortellini, polenta con uccelli, risotto con filetti di pesce persico o con osso buco, vermicelli con vongole, ecc. E’ chiaro che si tratta di combinazioni che rappresentano un certo impegno per l’apparato digerente e che danno una particolare sazietà, talvolta piacevole. Ciò che conta è che questi cibi siano consumati come monopiatto, senza cioè far seguire un secondo piatto, salvo naturalmente l’insalata o verdura cotta o un consommé di verdure.

Una considerazione a parte merita il classico sandwich, costituito da pane integrale e carne, pane e formaggio, pane e frittata, pane e acciughe, pane e burro, ecc; da consumarsi a merenda o come colazione fredda. Potrebbe sembrare assolutamente inopportuno associare i prodotti animali, prevalentemente proteici, al pane integrale che è un cibo quasi completo, con prevalenza di amidi, ma anche con proteine e lipidi. E invece questo connubio del pane con gli altri cibi di solito non provoca inconvenienti, per il fatto che, a differenza della pasta, il pane ha già subìto un primo attacco digestivo ad opera del processo di fermentazione naturale, arrestato e poi in gran parte inattivato dalla cottura. Questo processo di fermentazione naturale rende quindi più facile la digestione, per i rapporti che si instaurano con i fermenti digestivi dell’apparato digerente e con la flora batterica.

Alimentazione polimorfa, privilegiando determinati cibi ed evitando l’eccesso di altri

E’ noto che una alimentazione monomorfa, cioè unilaterale, è inopportuna non soltanto per l’eventualità che ne possono derivare eventuali carenze, ma anche perché potrebbe produrre individui che sono si tutto di un pezzo, radicati su tradizioni e principi, mix tendenzialmente chiusi ed introversi. Si tratterebbe quindi di una alimentazione inadatta per la formazione di tecnici dell’era atomica, ai quali è richiesta versatilità, estroversione e adattabilità particolare. Anche a questi fini e certamente più valida un’alimentazione polimorfa che si avvalga dei cibi più diversi, ognuno dei quali dà uno stimolo ed un apporto particolare, anche se ciò non significa che l’uomo deve mangiare tutto, cioè le erbe e le bacche dei campi, i vermi o i serpenti.

In verità questa alimentazione varia e polimorfa non era certo esclusa dall’antica saggezza nutrizionale che, dividendo i cibi in due categorie, cioè il pane e il companatico, considerava si il pane, cioè i cereali nelle varie forme fermentate o no, come l’alimento di base, ma ne prevedeva una integrazione con i cibi più diversi. Naturalmente l’esperienza, l’istinto ed un sano appetito facevano scegliere le combinazione più opportune da attuare più o meno sistematicamente, rispetto a quelle che dovevano essere solo occasionali. A ciò si aggiunga che non era certo prescritto mangiare sempre il pane e tutto il companatico disponibile nello stesso pasto; anzi, nella pratica, frutta, legumi e latte venivano spesso assunti separatamente. E’ quindi evidente che il pasto monopiatto rappresenta sì un pasto semplice, ma non può certo essere considerato espressione di una dieta monomorfa, cioè unilaterale. Naturalmente, pur sottolineando l’opportunità che l’alimentazione deve essere molto varia, non bisogna dimenticare che esiste un diverso valore biologico dei cibi, nel senso che alcuni sono di base, mentre altri sono complementari, così che non è necessario che vengano mangiati tutti i giorni e addirittura a tutti i pasti. Inoltre va sottolineato che, per vivere in sintonia con la natura, bisognerebbe valersi dei prodotti di stagione, cosicché determinati cibi dovrebbero essere consumati solo in determinate stagioni dell’anno. Ciò vale prevalentemente per la frutta e la verdura.

In pratica andrebbe privilegiato il consumo di: a) cereali integrali (frumento, riso, grano saraceno, mais, segale, avena, orzo), ovviam. variabili nella loro prevalenza a seconda delle abitudini, e consumati sotto forma di grani o di farina, sottoposta o no a fermentazione (pasta, pane); b) verdure crude e cotte; c) legumi; d) grassi vegetali non raffinati. I prodotti ad alto contenuto in proteine animali (carne, pesce, formaggi, uova, latte) dovrebbero far parte di uno solo dei pasti della giornata, evitando le associazioni. Lo stesso dicasi per la frutta. Andrebbero evitati gli eccessi di carne, di grassi animali e di zucchero bianco. Infine le bevande fermentate, vino e birra, non dovrebbero essere consumate sistematicamente, limitandole per lo più al pasto a base di carne o pesce.


Queste note di eubiotica rappresentano una formulazione sintetica dei fondamenti di una alimentazione sana in sintonia con la natura, ricavati dalla tradizione e dalla pratica e presentati non come alternativa, a guisa di una medicina diversa, ma semplicemente come integrazione di tutto quanto è già stato correttamente formulato dalla moderna scienza dell’alimentazione. Potrà naturalmente essere oggetto della ricerca sperimentale dimostrare come una alimentazione eubiotica può mantenere e ripristinare l’equilibrio omeostatico dell’organismo, potenziando le difese naturali (immunoglobuline, opsonine, sistema complemento-properdina, batteriocidine, lisozima, interferon, ecc.) e i processi di svelenamento ed eliminazione dei tossici a livello del fegato e dei vari emuntori. Ciò che conta è però convincersi, in base alla pratica, che veramente chi si alimenta in modo eubiotico acquista maggiore energia e vitalità e maggiore resistenza di fronte alle malattie, sia di origine endogena che indotte dall’ambiente, così da abbassare l’indice di morbilità. Ciò potrà essere verificato innanzitutto nei bambini che mostreranno minore incidenza di influenza, raffreddore, faringite e tonsillite, oltre naturalmente ai disturbi digestivi e di transito intestinale. Sempre nei ragazzi, si potrà dimostrare che una alimentazione naturale riesce a risolvere quella particolare sindrome di turbamento psichico, che si visualizza con disordine del comportamento, con ipercinesi, irrequietezza, aggressività e difficoltà di apprendimento.

Probabilmente molte persone, alle quali verrà suggerita una alimentazione eubiotica la giudicheranno troppo rigida e quindi faranno delle deroghe. Ciò che conta e che queste non siano troppo frequenti e che siano attuate in stato di benessere. Naturalmente chi constaterà che, facendo troppe deroghe, ricade in uno stato di disequilibrio, dovrà concludere che per lui il rispetto delle regole eubiotiche è necessario per il mantenimento della sua salute. L’unica cosa veramente illogica sarebbe mantenere le abitudini rivelatesi inopportune, correggendo i disturbi con un trattamento farmacologico, in particolare con gli psicofarmaci.

Va infine fatto notare che una alimentazione naturale fa acquistare la capacità di saper scegliere per istinto ciò che, di volta in volta, è opportuno mangiare, in modo che sia congeniale per il mantenimento della salute. Ed è in questo modo che la scienza dell’alimentazione può essere nello stesso tempo anche un’arte.

Si conclude sottolineando il convincimento che queste norme dietetiche potrebbero essere utilizzate sul piano pratico, come strumento di medicina preventiva, in modo da mettere ciascuno in grado di autogestire la propria salute, valendosi anche del potenziamento delle difese naturali, fermo restando naturalmente il ricorso ai presidi farmacologici veri e propri quando, nonostante tutto, insorge lo stato di malattia.

(L.P.)