10/04/2013

Cara MEDICINA, chi ti scrive è il paziente, colui che si rivolge a te quando “cade” ammalato ma che, anche in quella condizione, non si allontana dal sentirsi persona, fondamento della società. Abbiamo bisogno di te e ti chiediamo con forza di essere assistiti, aiutati, soccorsi, sostenuti, curati.

Quando fu annunciato dall’OMS, nel 1978, con la Dichiarazione di Alma Ata, abbiamo capito insieme a te cosa significa il concetto di salute dove si evidenziava che: “la salute è uno stato di completo benessere fisico, mentale, sociale e non semplicemente assenza di malattia”. Lo abbiamo poi compreso attraverso la Carta di Ottawa nel 1986, laddove si rivelava che la salute è quel processo di promozione dello “star bene”.

Infine, quando con la Dichiarazione di Jakarta nel 1998 e con la Carta di Bangkok nel 2005 si ribadiva che “la salute è un diritto umano fondamentale ed essenziale per lo sviluppo sociale ed economico”, abbiamo compreso che insieme potevamo adoperarci per raggiungere tale condizione.

Cara MEDICINA, nel tempo sei stata definita “scienza ed arte”. Scienza, perché studi le cause delle malattie e l’origine dei suoi sintomi; arte, perché chi ti pratica deve avere la capacità di osservare, capire, considerare che lo stato di salute non si raggiunge solo valutando un elemento clinico, per poi stabilire se prescrivere o meno la terapia, ma si ottiene prendendosi CURA della persona.

In sintesi, cara MEDICINA, sei considerata come scienza ed arte, che cura.

Nietzsche ha scritto che la “Cura” è quel valore aggiunto all’azione che fa tremare e luccicare l’anima.

Il termine “Cura” rievoca: pensiero attento e costante per qualcuno o qualcosa; rammenta, inoltre: riguardo, accuratezza, attenzione, interessamento, preoccupazione, esattezza, diligenza, zelo, considerazione, impegno e dedizione. La cura, pertanto, è soggetta nella pratica medica all’imperativo morale dell’avere attenzione per l’essere umano.

Infatti, anche Ippocrate – considerato il padre della Medicina ed autore del giuramento che medici ed odontoiatri prestano prima di iniziare la tua professione, sosteneva che al centro non c’era la malattia, ma che l’elemento più importante era l’uomo.

Cara MEDICINA, a volte noi pazienti abbiamo la sensazione dolorosa che tutto questo sia caduto nell’oblio e che la “Cura” abbia perso il suo significato più alto. Oggi più che mai abbiamo l’impressione che la cura non sia più l’adempimento di quel dovere deontologico che si dovrebbe avere verso i malati, ma che essa sia diventata manifestazione di un diritto a curare, solo e soltanto secondo leggi convenzionalmente prestabilite.

A volte pensiamo che tu possa aver snaturato te stessa abdicando al tuo ruolo di “scienza ed arte”; quando ti vediamo applicare su di noi freddi protocolli terapeutici – per te “rassicuranti” per noi non sempre – secondo un modello definito “meccanicistico” in base al quale usi metodi standard e procedure programmate, abbiamo l’impressione che l’attore protagonista sia diventata la patologia, la sua manifestazione, il suo decorso, piuttosto che l’uomo nella sua interezza di storia clinica e umana. In questo caso, prendersi cura vorrebbe dire “ragionare” su modelli predeterminati.

Dal nostro punto di vista, a volte, il tuo metodo ci appare piuttosto un “disertare” che un curare. Spesso, durante una visita medica, a noi pazienti viene richiesto soltanto di riferire brevemente sui sintomi fisici avvertiti; dopodiché, ascoltiamo silenziosamente e passivamente diagnosi e cura che ci viene prescritta.

E’ anche per questa ragione che, insoddisfatti del tuo agire, sfiduciati, scoraggiati, consapevoli di questo tuo limite, abbiamo cercato altrove quell’arte del curare; ed infine, siamo approdati nel mondo delle Medicine Complementari dove il nostro non era un ruolo passivo, ma di assoluta e completa collaborazione. La visita medica è ritornata ad essere un “incontro” in cui ci siamo sentiti ascoltati nella nostra unicità; non siamo più stati considerati “standard di patologie” cui applicare standard di terapie; abbiamo ripreso a percepirci curati secondo quella Scienza e Coscienza da te enunciate.

Cara MEDICINA, la scelta di curarsi con queste terapie avviene perché l’ammalato, non avendo risolto i suoi problemi di salute, vi approda come ultima spiaggia.

La vera differenza tra la Medicina convenzionale e quella complementare sta proprio nell’approccio, sia per la diversa attenzione verso il malato sia per l’adozione di un diverso metodo di cura. Mi riferisco, per quest’ultimo, al potenziale di autoguarigione di ciascun individuo, paradigma portante delle Medicine complementari come Omeopatia e Agopuntura.

Il paziente, una volta “incontrato” questo diverso metodo terapeutico che può non solo guarire la patologia ma anche prendersi cura della sua persona, si sente accolto, ne comprende i princìpi che lo regolano e, soprattutto, si rende conto di poter essere parte attiva del proprio percorso di guarigione. Del resto, la dichiarazione di Alma Ata, già nel 1978, si era occupata anche dell’empowerment, quel processo attraverso il quale le persone acquisiscono consapevolezza della propria vita e procedono a quel cambiamento del proprio ambiente sociale e politico, per migliorarne la qualità.

Ma, ad oggi, quale applicazione? Quale, invece, la situazione attuale?

La scelta crescente da parte dei pazienti di questi diversi metodi di cura, non avvenuta per obbligo da parte delle istituzioni ma solo ed esclusivamente grazie alla loro efficacia, ne spiega la sempre maggiore diffusione. Milioni di pazienti vi si avvicinano quotidianamente.

Cara MEDICINA, a questo punto ti chiediamo: perché non completare le opportunità di Cura con l’aiuto delle Medicine complementari? Sono stati i pazienti a voler integrare le cure e lo hanno fatto non a caso, ma a “ragion veduta”.

Viceversa, la scelta che tu vorresti fare, di chiuderti anziché aprirti alla considerazione di altri saperi in medicina, potrebbe farti ammalare di una malattia subdola: la “superbia”.

Perciò, avendo sperimentato sulla nostra pelle la validità dell’integrazione delle Medicine, sentiamo il dovere di consigliarti di non tralasciare questa opportunità, perché “La Medicina è una, quella che guarisce”.

Quindi, noi vorremmo che considerassi anche altri approcci metodologici; pena, oltre che il mancato sviluppo ed il progressivo inaridimento della ricerca e della pratica clinica, anche la possibilità di vederti condannata da chi dovrebbe, invece, credere in te.

Noi crediamo che ti corra l’obbligo etico e deontologico, nell’interesse del malato, d’interagire con quelle risorse terapeutiche che ogni giorno, tuo malgrado, dispensano trattamenti. Noi non pensiamo che integrazione voglia dire snaturarsi ne’ mai abbiamo pensato di rinunciare alle risorse di cura ottenute dal progresso scientifico; noi riteniamo che proprio grazie all’integrazione sia possibile che la Medicina ritrovi pienamente i contenuti di scienza ed arte che devono appartenerle. I pazienti chiedono questo; lo dimostrano milioni di individui che ogni anno ricorrono a queste terapie, ne è prova il numero sempre crescente di coloro i quali, “curati” con farmaci chimici, chiedono poi di non dover ricorrere sempre ad essi, poiché gli effetti iatrogeni che ne scaturiscono, talora sono pesanti quanto se non più della patologia stessa. Lo documentano i malati che si rivolgono alle Medicine complementari per ridurre gli effetti collaterali dovuti a radioterapia e chemioterapia; lo avvalorano le richieste dei pazienti di voler inserire le Medicine complementari nel SSN; ed infine, lo conferma una regione come la Toscana che, da diversi anni, ha inserito nel SSN le Medicine di Omeopatia, Agopuntura, Fitoterapia e che ha dato il via alla realizzazione del primo Ospedale di Medicina Integrata in Italia, nella città di Pitigliano.

E’ necessario ricreare l’unità, nella diversità, ristabilire lo statuto della Medicina, ritrovare quell’agire per il bene del malato così come era stato evidenziato dall’OMS, nel pieno interesse della scienza e dell’arte medica che cura, e nel totale rispetto del giuramento ippocratico.

Cara MEDICINA, concludo questa mia lettera parafrasando il dottor Samuel Hahnemann, (il fondatore dell’Omeopatia): lo scopo principale ed unico della Medicina è quello di rendere sani i malati; aggiungerei: con ogni mezzo disponibile.

E’ questo il senso, noi crediamo, di: Ripensare la Cura!

 

Daniela Salvucci – Vicepresidente A.P.O. Italia