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(nella foto, tratta dal sito www.sabcnews.com, la ministro della salute sudafricana Manto Tshabalala-Msimang)

La Dottoressa Barbabietola. È con questo nomignolo poco rispettoso che ormai la controversa ministro della salute della Repubblica del Sudafrica è conosciuta e sbeffeggiata da studiosi e attivisti della lotta all’Aids. Manto Tshabalala-Msimang, questo è il suo vero nome, è contestata da anni. Ma nelle ultime settimane si è trovata a dover arginare attacchi su tutti i fronti. Il perché è presto detto: la titolare del ministero della salute di uno dei paesi più colpiti dalla pandemia di Hiv-Aids, dove secondo l’ultimo rapporto di Unaids il tasso di prevalenza dell’Hiv tra la popolazione adulta tocca il 18,8 (ovvero quasi una persona su cinque tra i 15 e in 49 anni), ha più volte sostenuto pubblicamente che rimedi tradizionali a base di aglio, limone e barbabietole possano curare la malattia e vadano quindi uniti alle terapie con anti-retrovirali. Non frasi dette per dire, ma una convinzione radicata che è diventata parte della politica del suo dicastero. Tanto da far esporre limoni e agli nello stand sudafricano alla Conferenza internazionale sull’Aids svoltasi a Toronto in agosto.
Ed è proprio da Toronto che quest’ultima fase di attacco frontale al controverso ministro è iniziata. Con la richiesta di dimissioni avanzata pubblicamente sia da alcuni attivisti sudafricani presenti al summit che dall’inviato speciale delle Nazioni Unite per l’Aids in Africa, Stephen Lewis. Vista la resistenza del governo di Thabo Mbeki, che ha sempre difeso la Tshabalala-Msimang, la scorsa settimana è stata la volta di un gruppo di 60 esperti internazionali, che in una lettera a Mbeki hanno di nuovo chiesto le dimissioni di Manto, definendo “disastrosa e pseudo-scientifica” la politica anti-Aids adottata da Pretoria. Nonostante tutto, però, la Dottoressa Barbabietola rimane al suo posto. Ma da lunedì è affiancata da una commissione interministeriale.

Owiny-ki-Bul e Ri-Kwangba, Sud Sudan. Due nomi difficili per due villaggi senza alcuna rilevanza internazionale. Fino a qualche giorno fa. Il loro destino è cambiato per volontà dei negoziatori di Juba, che li hanno indicati nell’accordo di cessate-il-fuoco tra governo ugandese e Esercito di resistenza del Signore (Lra) come centri di raccolta dei ribelli nord-ugandesi. Lunedì a Owiny-ki-Bul, sulla riva destra del Nilo Bianco appena al di là del confine tra Sud Sudan e Nord Uganda, è arrivato anche Vincent Otti, il numero due dell’esercito ribelle, alla testa di un gruppo di ribelli pronti a deporre le armi. La stessa cosa potrebbe fare nei prossimi giorni anche il super-ricercato Joseph Kony. Che, a detta del vicepresidente del Sud Sudan Riek Machar, sarebbe poco lontano dall’altro punto di raccolta, Ri-Kwangba.
Tutto sembra confermare quindi che lo Lra stia facendo sul serio. Tanto sul serio da fidarsi delle assicurazioni di quello che fino a qualche settimana fa era il suo più acerrimo nemico: il governo di Kampala. Che potrebbe però trovarsi ora in una posizione molto scomoda. Dopo aver deferito Kony e i suoi al Tribunale penale internazionale (Tpi), che l’anno scorso ha emesso un mandato di cattura internazionale nei confronti dei cinque massimi comandanti dei ribelli, ora Kampala si rifiuta di consegnarli al Tpi. Una mossa necessaria e vincente per assicurarsi che i negoziati vadano avanti, ma allo stesso tempo una misura che Nazioni Unite e i paesi firmatari del Trattato di Roma non possono, almeno in linea di principio, appoggiare. A cosa dare la precedenza? Alla possibilità, concreta, di una pace o alla necessità di garantire che la giustizia faccia il suo corso?

La rubrica è stata pubblicata oggi su il Riformista

Irene Panozzo

Giovedi’ 14 Settembre 2006

Fonte: lettera22.it